Domenica, Settembre 05, 2010
   
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SAGGISTICA

Andrea Carandini
Re Tarquinio e il Divino Bastardo - Rizzoli

In un tempo in cui ci aggiriamo affannati nella ricerca di qualcosa di cui non sappiamo, Andrea Carandini scava nel nostro passato e ci restituisce parti significative di noi stessi. A parlare non è soltanto il maestro dell’archeologia romana e preromana: è – come è accaduto in altri momenti nella nostra storia – l’intellettuale che spazia con lo sguardo oltre i confini disciplinari, oltre l’attività stessa della ricerca e dello studio, mettendo a fuoco i fasti e i nefasti di un Paese che ha poca memoria.
Le vicende di Tarquinio Prisco e dell’illegittimo Servio Tullio, narrate nel recente volume Re Tarquinio e il divino bastardo, descrivono un complesso intrigo familiare e dinastico che assomiglia molto alle splendide e barbariche trame messe in scena da Shakespeare. Se non per un connotato, che nella Penisola suona familiare: la caparbia propensione ad aggirare le norme, nella fattispecie la primitiva costituzione che a Roma impediva ai re di lasciare il trono ai propri figli.
Intorno al nodo del potere – conquistato dal greco-etrusco Tarquinio Prisco, da lui trasmesso al “divino bastardo” Servio Tullio e a questo strappato con il sangue dalla figlia Tullia e dal genero Tarquinio – si consuma una tragedia che affonda le radici nei miti etnografici più arcaici e insieme trasmette simboli inquietanti anche per la realtà odierna.
Due gli spunti consegnatici da Carandini. Il primo è una riflessione nel merito. Gli uomini potevano cercare di eluderla, ma nella Roma delle origini la legge era chiara: al trono doveva essere chiamato uno straniero. Da qui il segreto di un successo storico e antropologico che l’autore sintetizza così: “Per tolleranza e curiosità i Romani erano imbattibili”.
La seconda è una lezione di metodo. Fare cultura in modo piacevole, non arcigno, né punitivo è un obiettivo “sostenibile”. Con il suo ultimo libro Carandini ha mantenuto la promessa espressa dieci anni fa nel suo Giornale di scavo sotto forma di interrogativo: “È possibile per l’archeologo essere non un pedante invischiato fra enigmi o un parassita delle rovine ma un uomo intero, culturalmente vivo, in vario modo appassionato, interessante e utile anche oltre il suo mestiere, un individuo che sappia confrontarsi con la società civile, un essere di questo mondo, capace anche di allietarlo oltreché di affliggerlo?”.
La domanda non riguarda soltanto l’archeologo, naturalmente, ma qualunque tipo di esperto. Certo, le forze che modellano la società contemporanea vanno in una direzione diversa; ma forse la situazione culturale del Paese sarebbe un po’ meno drammatica se gli intellettuali fossero in grado di parlare ai cittadini – soprattutto ai giovani – senza respingerli e senza farsene respingere.
Fabrizio Battistelli

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